Gli Yes Man: il costo nascosto dell'adulazione che sta frenando la tua azienda
Ci sono organizzazioni nelle quali il lavoro scorre con naturalezza. Le decisioni vengono prese senza inutili rallentamenti, le responsabilità sono chiare, le persone collaborano e ciascuno comprende come il proprio contributo sia parte di qualcosa di più grande. Sono organizzazioni nelle quali si percepisce un equilibrio.
Non perché non esistano problemi, difficoltà o momenti di cambiamento, ma perché esiste una struttura capace di sostenere le persone anche nei momenti più complessi.
E poi ci sono organizzazioni nelle quali anche le attività più semplici sembrano richiedere uno sforzo enorme. Le riunioni si allungano senza arrivare a una vera conclusione. Le decisioni vengono continuamente rimandate. Alcune persone si trovano a sostenere un carico eccessivo, mentre altre faticano a comprendere quale sia realmente il loro ruolo e il valore del loro contributo.
Le tensioni aumentano. La motivazione diminuisce. L'energia dell'organizzazione lentamente si disperde.
Quando ci troviamo davanti a queste situazioni, la prima reazione spesso è pensare che il problema siano le persone. Pensiamo che comunichino male. Pensiamo che manchi motivazione. Pensiamo che non ci sia sufficiente collaborazione o senso di responsabilità.
E certamente le persone hanno un ruolo fondamentale. Ma nella mia esperienza professionale ho visto molte volte qualcosa di diverso.
Molti problemi che sembrano nascere dalle persone, in realtà nascono dal sistema nel quale quelle persone sono chiamate a muoversi.
Il problema non è sempre chi siamo. A volte è la struttura dentro la quale stiamo cercando di esprimere ciò che siamo. E quando una struttura non è sufficientemente chiara, anche persone capaci, motivate e disponibili possono trovarsi in difficoltà.
È qui che entra in gioco l'organigramma.
Quando sentiamo parlare di organigramma, spesso immaginiamo una serie di caselle collegate da linee. Un documento tecnico. Uno schema da appendere a una parete o archiviare in una cartella aziendale.
Ma un organigramma, nella sua essenza più profonda, è molto di più.
È la rappresentazione di come un'organizzazione sceglie di distribuire responsabilità, competenze e processi decisionali. È una mappa che permette alle persone di orientarsi. Aiuta ciascuno a comprendere il proprio ruolo, il proprio spazio di azione e il modo in cui il proprio lavoro si integra con quello degli altri.
In altre parole, crea chiarezza. E la chiarezza, all'interno di qualsiasi sistema umano, genera benessere.
Perché ogni persona ha bisogno di sapere dove si trova, cosa ci si aspetta da lei e quale direzione sta contribuendo a costruire.
E se a questa chiarezza aggiungiamo anche il senso profondo di ciò che si fa, allora l'organigramma smette di essere una mappa tecnica e diventa una mappa del significato. Come ho esplorato in un articolo che lega l'organigramma all'Ikigai, la vera rivoluzione silenziosa che un team aspetta è poter guardare la propria casella sulla mappa e dire: "Sono esattamente dove devo essere". Perché un'organizzazione che funziona davvero non è solo efficiente: è un luogo dove ogni ruolo diventa un piccolo Ikigai.
Anche il nostro sistema nervoso funziona meglio quando incontra un ambiente sufficientemente prevedibile. Quando comprendiamo il contesto nel quale ci muoviamo, conosciamo le nostre responsabilità e abbiamo chiari i confini del nostro ruolo, possiamo utilizzare le nostre energie per creare, collaborare e trovare soluzioni.
Quando invece viviamo in una condizione continua di ambiguità, una parte significativa delle nostre risorse viene utilizzata per cercare di interpretare ciò che non è stato definito.
Chi decide? Di chi è questa responsabilità? A chi devo rivolgermi? Qual è davvero la priorità?
Sono domande apparentemente semplici. Eppure, all'interno di molte organizzazioni, sono domande che consumano ogni giorno una quantità enorme di energia. Non perché le persone non siano capaci. Non perché manchi necessariamente la volontà. Ma perché manca una mappa condivisa.
Prova a pensare a situazioni che probabilmente hai già incontrato. Una riunione nella quale per un'ora si discute dello stesso argomento senza arrivare a una decisione concreta. Un'attività importante che rimane ferma per settimane perché tutti pensano che debba occuparsene qualcun altro. Due persone che lavorano sullo stesso progetto senza saperlo, duplicando tempo ed energie, mentre altre attività rimangono completamente scoperte.
Spesso interpretiamo questi episodi come problemi di comunicazione o mancanza di responsabilità individuale. Ma molte volte sono il sintomo di qualcosa di più profondo. Sono il segnale che il sistema non ha ancora trovato una forma sufficientemente chiara.
E la comunicazione, in tutto questo, gioca un ruolo che spesso sottovalutiamo. Come raccontavo in un articolo dedicato all'arte invisibile della comunicazione, "la comunicazione non coincide con il contenuto. Non è fatta solo di parole. È fatta di livelli. C'è ciò che dici. C'è come lo dici. C'è ciò che provi mentre lo dici." Quando la struttura non è chiara, anche la comunicazione più raffinata fatica a trovare il suo terreno.
Quando i ruoli non sono definiti con chiarezza, le responsabilità possono prendere due direzioni opposte. Da una parte possono sovrapporsi. Più persone si occupano della stessa cosa, creando confusione, rallentamenti e conflitti. Dall'altra possono dissolversi. Nessuno si sente realmente responsabile, perché nessuno percepisce fino in fondo che quella responsabilità gli appartenga.
In entrambi i casi il sistema perde energia.
Alcune persone finiscono per accentrare tutto. Altre rimangono ai margini. Le decisioni rallentano perché non è chiaro chi abbia realmente l'autorità per prenderle. I conflitti aumentano perché i confini operativi non sono definiti. Le aspettative rimangono implicite. E ciò che non viene espresso chiaramente diventa terreno fertile per incomprensioni e frustrazioni.
Molti problemi che sembrano relazionali sono, in realtà, problemi strutturali.
Ed è proprio qui che un organigramma costruito con consapevolezza può diventare uno strumento di trasformazione.
Ma un organigramma efficace non nasce semplicemente distribuendo incarichi. Uno degli errori più frequenti che incontro nelle organizzazioni è assegnare ruoli e responsabilità sulla base della disponibilità delle persone, invece che sulla base delle loro caratteristiche, dei loro talenti e della loro reale predisposizione.
Succede così che una persona con una naturale capacità relazionale venga inserita in un ruolo che richiede soprattutto precisione amministrativa. Oppure che qualcuno con grandi capacità organizzative venga continuamente coinvolto in attività che non valorizzano il suo potenziale.
Nel tempo accade qualcosa di importante. La persona perde entusiasmo. La motivazione diminuisce. Il senso di appartenenza si indebolisce. Non perché quella persona non sia valida. Ma perché non si trova nel luogo nel quale può esprimere pienamente ciò che è.
Per questo motivo la costruzione di un organigramma dovrebbe partire da una domanda fondamentale:
Conosci davvero le persone che fanno parte della tua organizzazione?
Conosci i loro talenti? Le loro aspirazioni? Ciò che le motiva? Le condizioni nelle quali riescono a dare il meglio? Sai quali attività alimentano la loro energia e quali invece la consumano?
Spesso dedichiamo moltissimo tempo a definire strategie, obiettivi e processi. Ma troppo poco tempo viene dedicato alla conoscenza delle persone che dovranno rendere possibile quella visione. Eppure un'organizzazione, prima ancora di essere una struttura, è un insieme di esseri umani. E ogni essere umano ha bisogno di trovare il proprio posto per poter contribuire pienamente.
Come scrivevo nell'articolo sui primi clienti e i venditori, "I tuoi primi clienti sono i tuoi venditori. Sono loro che ogni giorno portano l'azienda sul campo, ascoltano esigenze, affrontano resistenze e costruiscono relazioni. Se non li ascolti, non li motivi, non li conquisti con la stessa energia con cui vuoi che loro conquistino il mercato, ogni strategia esterna perde forza." Lo stesso vale per ogni persona nell'organizzazione: se non li conosci davvero, se non li metti nel posto giusto, la struttura perde la sua forza.
C'è un elemento che fa la differenza tra un organigramma che funziona e uno che rimane solo un disegno sulla carta: le persone che vengono scelte come coordinatori o responsabili devono avere esperienza concreta nel settore che guidano.
Non basta avere buone intenzioni o grande disponibilità. Non basta essere simpatici o avere tanta voglia di fare. Per guidare un'area, per coordinare un team, per prendere decisioni che impattano sul lavoro altrui, è fondamentale conoscere profondamente la materia.
Chi coordina deve sapere di cosa si sta parlando. Deve aver vissuto le sfide operative. Deve comprendere le difficoltà quotidiane di chi svolge quel lavoro. Solo così può orientare le scelte nella direzione giusta, può sostenere il team nei momenti critici e può guadagnarsi quella credibilità che è il fondamento di ogni leadership autentica.
Affidare un ruolo di coordinamento a una persona competente ma senza esperienza diretta nel settore, o peggio a una persona disponibile ma impreparata, è uno degli errori più sottovalutati. L'organigramma regge solo se chi sta ai nodi della rete sa leggere la mappa. E per leggere la mappa, bisogna aver camminato su quei sentieri.
E la leadership, in questo, non è solo competenza tecnica. Come raccontavo nell'articolo sulla leadership consapevole, "la leadership consapevole non riguarda ciò che fai, ma come sei mentre lo fai. È una forma di intelligenza silenziosa che influenza il clima emotivo, la qualità delle relazioni e la capacità di prendere decisioni efficaci nel tempo." Un coordinatore con esperienza ma senza presenza interiore rischia comunque di perdere la connessione con il team. L'esperienza e la consapevolezza devono camminare insieme.
In alcuni contesti associativi, comunitari e persino aziendali esiste ancora la convinzione che definire ruoli, responsabilità e confini possa limitare la libertà delle persone. È una convinzione comprensibile, soprattutto quando per anni si è associata l'organizzazione al controllo, alla rigidità o alla perdita di spontaneità.
Ma la mia esperienza mi ha mostrato qualcosa di diverso.
La chiarezza non limita la libertà. La rende possibile.
Quando una persona sa qual è il proprio ruolo, comprende il proprio contributo e conosce il contributo degli altri, può muoversi con maggiore autonomia. Non deve continuamente chiedersi dove finiscono le sue responsabilità e dove iniziano quelle degli altri. Non deve spendere energia nel difendersi dalle ambiguità o nel cercare conferme continue. Può dedicarsi a ciò che realmente porta valore.
Perché la vera libertà non nasce dall'assenza di struttura. Nasce dalla presenza di una struttura sufficientemente sana da permettere alle persone di esprimersi pienamente.
Anche in natura ogni organismo vivente possiede un ordine. Ogni parte ha una funzione, ogni elemento contribuisce all'equilibrio dell'insieme. Non è l'ordine a creare rigidità. È la mancanza di consapevolezza dell'ordine che genera caos.
Allo stesso modo, un'organizzazione non cresce quando ogni persona fa semplicemente ciò che ritiene giusto in ogni momento. Cresce quando ogni persona comprende il proprio ruolo all'interno di una visione più ampia e sceglie di portare il proprio contributo con responsabilità.
Guardare un organigramma solo come uno strumento tecnico significa perderne la parte più profonda. Un organigramma parla di persone. Parla di talenti. Parla di responsabilità. Parla della capacità di un'organizzazione di creare le condizioni affinché ciascuno possa dare il meglio di sé.
Per questo la costruzione di un organigramma dovrebbe essere accompagnata da una domanda essenziale:
"Questa struttura sta realmente aiutando le persone e l'organizzazione a crescere?"
Perché una struttura efficace non serve soltanto a distribuire compiti. Serve a creare armonia tra le diverse parti del sistema. Serve a fare emergere competenze. Serve a evitare sovraccarichi inutili. Serve a dare dignità e riconoscimento ai diversi contributi. Serve soprattutto a permettere alle persone di lavorare con maggiore presenza e consapevolezza.
Un imprenditore, un manager o un coordinatore che sceglie di lavorare sulla chiarezza organizzativa non sta semplicemente migliorando un processo. Sta creando un ambiente nel quale le persone possono sentirsi più sicure, più valorizzate e più partecipi. E questo, nel tempo, diventa cultura.
E il tempo, in tutto questo, è un alleato prezioso. Come riflettevo nell'articolo sul time management consapevole, "Il tempo non si gestisce solo dall'esterno, si allena dall'interno. Ed è proprio qui che le pause consapevoli diventano una leva strategica di performance." Costruire un organigramma richiede tempo, richiede pause, richiede la capacità di fermarsi e osservare. Non è un'attività da fare di corsa, tra una riunione e l'altra. È un atto di cura che merita il suo spazio.
L'organigramma non si disegna. Si ascolta. Prima di tracciare una linea, prima di assegnare un ruolo, prima di decidere chi coordina chi, fermati. Prendi un taccuino. E fatti queste domande. Senza fretta. Senza risposte facili. Perché le risposte che troverai diranno più di mille schemi.
Conosci davvero i talenti delle persone che compongono la tua organizzazione? Sai cosa sanno fare veramente, oltre a ciò che gli è stato chiesto di fare finora?
Quali attività alimentano l'energia di ciascuno e quali invece la consumano? Dove fioriscono? Dove appassiscono?
Stai assegnando ruoli in base alla disponibilità o in base alla predisposizione naturale? Chi hai messo in un posto che non è il suo, solo perché "si è reso disponibile"?
C'è qualcuno che si sta spegnendo silenziosamente? E se sì, è perché il ruolo non corrisponde a ciò che è?
Le persone che guidano un'area hanno esperienza diretta in quel settore, o stanno coordinando qualcosa che non hanno mai vissuto sulla propria pelle?
Ogni persona sa esattamente quali sono le proprie responsabilità? Può elencarle senza esitazione?
Sono chiari i confini tra un ruolo e l'altro? Dove finisce il mio spazio e dove inizia quello del collega?
Le decisioni vengono prese da chi ha l'autorità per prenderle, oppure si perdono in un limbo di "dobbiamo parlarne"?
Se chiedessi a tre persone diverse "chi decide su X", otterrei tre risposte uguali o tre risposte diverse?
Le aspettative sono esplicite o implicite? Ciò che non viene detto sta creando terreno fertile per incomprensioni?
Questa struttura sta aiutando le persone a collaborare o le sta mettendo l'una contro l'altra?
Ci sono sovraccarichi invisibili? Qualcuno sta facendo il lavoro di due, mentre qualcun altro sta cercando disperatamente un contributo da dare?
Le energie dell'organizzazione vengono spese per creare valore o per gestire ambiguità e confusione?
Se dovessi descrivere l'organigramma attuale come un organismo vivente, sarebbe un corpo in equilibrio o un corpo in tensione?
C'è un divario tra ciò che l'organigramma dice e ciò che realmente accade ogni giorno?
Non chiederti "questo organigramma è perfetto?". Chiediti: "Questo organigramma sta aiutando le persone a essere ciò che sono?"
Se la risposta è no, non hai bisogno di un consulente. Hai bisogno di un momento di onestà. E di un taccuino.
Ogni organizzazione riflette il livello di consapevolezza di chi la guida. Non significa che chi guida debba essere perfetto. Significa essere disponibili a guardare con onestà ciò che funziona e ciò che invece richiede trasformazione.
A volte il problema non è la mancanza di impegno delle persone. A volte manca una direzione chiara. A volte non abbiamo ancora costruito una struttura capace di sostenere la crescita. A volte abbiamo affidato responsabilità importanti senza chiederci se quella persona fosse realmente pronta ad accoglierle.
La leadership autentica inizia proprio da questa capacità di osservare senza giudizio e di assumersi la responsabilità di migliorare il sistema. Perché guidare un'organizzazione significa prima di tutto prendersi cura delle condizioni nelle quali le persone lavorano, collaborano e crescono.
Un buon leader non crea dipendenza. Crea consapevolezza. Non cerca semplicemente esecutori. Aiuta le persone a sviluppare il proprio potenziale. Non costruisce una struttura per controllare. Costruisce una struttura per permettere all'energia dell'organizzazione di fluire nella direzione della propria visione.
Ed è qui che l'organigramma smette di essere un semplice schema. Diventa una mappa invisibile. La mappa che permette a un insieme di persone di trasformarsi in un organismo vivente. Un organismo nel quale ogni parte conosce il proprio valore, comprende il proprio ruolo e contribuisce alla crescita dell'insieme.
Perché alla fine un'organizzazione non è fatta di caselle. È fatta di esseri umani.
E quando struttura, responsabilità e consapevolezza si incontrano, il lavoro può trasformarsi da semplice attività quotidiana in un'espressione concreta di una visione condivisa.
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